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Casa Rossa

Si tratta di un fatto storico che ad Alberobello attendevamo da anni, esprimo la gioia di un paese intero per una notizia bellissima.
Sono onorato che questo provvedimento arrivi durante il mio mandato, ma voglio ricordare che si tratta dell’approdo di un cammino iniziato molti anni fa, una battaglia storica compiuta dalle ultime amministrazioni alberobellesi. Ora il nostro sogno di fare della Casa Rossa un luogo della memoria si fa più concreto.
” Con queste parole il Professor Bruno De Luca, Sindaco di Alberobello, ha commentato la decisione con cui, lo scorso dicembre, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha sottoposto a vincolo di tutela in quanto immobile di interesse storico artistico, la ex Fondazione Gigante, meglio conosciuta come “la Casa Rossa”, la masseria sita nelle campagne di Alberobello tristemente nota per avere ospitato, negli anni della seconda guerra, un campo d'internamento e smistamento.
È una storia avvincente e avventurosa quella della Casa Rossa di Alberobello: grande masseria a due piani, con scantinati e circa trenta stanze di diversa ampiezza, la Casa Rossa fu costruita sul finire dell’ottocento per volere di un sacerdote locale dell’epoca, padre Francesco Gigante, per ospitare un istituto agrario. Non è chiaro il motivo per cui chi la costruì scelse di dipingerne i muri esterni non con il caratteristico bianco calce che tradizionalmente distingue le costruzioni agricole della zona dei trulli, ma con un più raro color amaranto; è un fatto però che fu proprio questa decisione a dare alla Masseria Gigante, molti anni dopo, il nome Casa Rossa, con cui è oggi nota.

Il luogo scelto per la realizzazione dell’immobile (una collina isolata in contrada Albero della Croce, cinque chilometri a sud-ovest dal centro abitato, circondata dal verde intenso e vellutato della stupenda campagna alberobellese) doveva, nelle intenzioni di chi lo immaginò, aiutare gli studenti a trovare la concentrazione necessaria agli studi, invece finì col segnare profondamente il destino di quell’edificio. L’istituto scolastico rimase attivo fino ai primi mesi del 1940, quando le attività didattiche furono trasferite, con un pretesto, in un’altra sede, nel centro del paese. Di li a poco, il 28 giugno di quello stesso anno, poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia fascista, la Casa Rossa fu trasformata in un campo di internati per ebrei. Il campo  rimase in funzione per oltre tre anni, fino al 6 settembre 1943 (un mese e mezzo dopo la caduta del fascismo e cinque giorni prima dell’armistizio). Durante questo periodo nella Casa Rossa di Alberobello furono internati circa duecento ebrei, per la grande parte professionisti o intellettuali, italiani, ma anche inglesi, tedeschi, polacchi, jugoslavi e apolidi.
Nel ‘46 la Casa Rossa diventò colonia di confino politico per ex fascisti, nel 47 divenne prima centro di accoglienza per donne senza dimora, poi, da settembre, centro di raccolta per profughi stranieri.

Nel 1949 il regista ungherese Geza von Radvany girò proprio presso la Casa Rossa di Alberobello, il film “Donne senza nome” dedicato ai mesi in cui, nel 1947, la masseria fu ospizio femminile. Da allora la masseria ha cambiato spesso funzione diventando, tra l’altro, anche casa di rieducazione per minorenni.
Poi la messa in liquidazione della Fondazione Gigante, alcuni anni or sono, ha imposto la vendita all’asta della struttura; asta ancora bloccata da problemi giuridici. Da molti anni il Comune di Alberobello ha intrapreso una lunga battaglia per impedire che un monumento così importante per la storia d’Italia si disperdesse e che quei luoghi subissero destinazioni improprie (prima che il Comune intervenisse con provvedimenti specifici a tutela della struttura, si è temuto che in quel sito potesse sorgere un ristorante-discoteca…). Da allora sono state numerose le iniziative pubbliche che hanno chiesto che la Casa Rossa di Alberobello fosse recuperata e trasformata in un luogo della memoria.
Le ipotesi in campo sono molte: si parla di un museo della memoria, ma anche di un centro studi per la pace, recuperando così sia l’iniziale vocazione “scolastica” della struttura che la sua vicenda dolorosa.
Molti studiosi hanno scritto sull’argomento, tra questi Francesco Terzulli, Giuseppe Goffredo, Vitantonio
Liuzzi e Gino Angiulli.

 

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